Kruger National Park

Finalmente arriviamo al sospirato parco nazionale, il più famoso del Sudafrica: dal paradiso terrestre all’arca di Noè, per rimanere in tema biblico. Una varietà di animali incredibile! I villaggi per noi turisti sono circondati da un’imponente muraglia di filo spinato elettrificato, per prevenire eventuali attacchi dei predatori. Nessuno è autorizzato a uscire a piedi, già mi piace! Ecco l’ingresso del parco con la statua del fondatore da cui prende il nome (ha un aspetto un po’ leonino anche lui, no?)

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Il nostro alloggio è un po’ lontano dagli altri, sono tre casette disabitate che si affacciano su uno spiazzo appartato, privacy assoluta … se non fosse per la miriade di scimmiette che di fatto abitano il posto e non hanno nessuna intenzione di lasciarci in pace. La vedetta ci accoglie:

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Giocano, si spulciano, si fanno i dispetti, proprio una piazza di comari:

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Anche in posizione yoga?

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Infine a malincuore battono in ritirata sugli alberi, dove continuano il loro baccano tra i rami.

E’ incredibile come animali anche grandissimi, per es. gli elefanti e le giraffe, si mimetizzino così bene nell’ambiente. La vegetazione non è molto fitta e a prima vista sembra che non ci sia nessuno, poi improvvisamente ci si rende conto della presenza di animali e animaletti.

Come questo elefante:

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O questo coccodrillo:

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Anche gli insetti stercorari, quelli che fanno le palle di sterco e se le portano via: gli spazzini del parco.

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Nel parco nazionale la natura ovviamente è protetta, ma la morte ci segue comunque, proprio perché fa parte della natura. Questo ippopotamo per esempio, poverino, sta morendo a causa della siccità e ha trovato troppo tardi una pozza d’acqua per riprendersi. Gli ippopotami, ci spiega la guida, nonostante la loro mole, sono molto delicati, devono stare molto in acqua altrimenti si prosciugano, mangiano solo un tipo di erba in grande quantità e se si allontano troppo per cercarla, poi non riescono più a tornare all’acqua, che in questo periodo scarseggia.

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Poi c’è l’inconfessata bramosia dei visitatori di vedere una scena di predazione, del tipo documentario con il leone che insegue la gazzella (‘kill sight’), ma questa volta ce la siamo risparmiata. Troviamo solo i resti del bufalo sbranato (e la puzza insopportabile):

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Poi arrivano gli immancabili avvoltoi a completare l’opera:

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In poco tempo rimangono solo poche ossa ben ripulite:

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Il re della foresta purtroppo ha latitato durante la nostra visita, ne abbiamo visto solo uno in lontananza, sdraiato all’ombra di un cespuglio. Altri visitatori più fortunati di noi ne hanno visti tanti, addirittura un branco che camminava sul bordo della strada. Hanno visto anche i leopardi sugli alberi. Noi invece niente predatori! Solo una iena di notte, sbucata all’improvviso, vicinissima alla nostra jeep, ma non sono riuscita a fotografarla. E poi una genetta, che si è nascosta subito anche lei:

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In compenso tutti gli altri animali non si sono fatti attendere troppo:

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Questo si è innervosito:

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A passeggio in coppia:

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Anche il rarissimo rinoceronte:

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Gli uccelli meriterebbero un capitolo a parte, ma non vorrei essere ripetitiva, abbiamo fatto migliaia di foto e non posso riportarle tutte qui.

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Tralascio anche i fagoceri, i babbuini e altre scimmie e scimmiette, che avevamo visto anche al Mole, in Ghana.
Il safari notturno si conclude all’alba.

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Oltre al tramonto, anche l’alba africana non è niente male:

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Paradiso terrestre?

Appena usciamo dal modernissimo aeroporto di Johannesburg notiamo subito che il paesaggio è quasi …olandese: tutto verde, casette ordinate con il tetto spiovente, strade di ottima qualità, anche se con l’orribile guida a sinistra, tempo bello e clima caldo, ma non soffocante (caratteristiche queste poco olandesi) e ci rendiamo subito conto che qui è tutta un’altra Africa. Anche le indicazioni stradali sono strane: si alternano nomi come Gauteng e Putfontein, ma dove siamo? Non mi soffermo sulle caratteristiche geografiche del Sudafrica, le conoscerete sicuramente, ma vorrei solo ricordare che per la più gran parte ci troviamo su un altipiano, quindi il clima è decisamente montano, anche se lambisce il tropico del Capricorno. Questa felice combinazione fa sì che flora e fauna tipicamente nostrane convivono tranquillamente con quelle tropicali. Per es. all’area di servizio sull’autostrada c’era una specie di fattoria dove pascolavano insieme mucche, zebre, struzzi, rinoceronti con il corno tagliato (per tutelarli):

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La nostra meta è il parco nazionale Kruger, ma il viaggio è lungo e allora ci fermiamo in un paesino sulla strada, che ci era stato consigliato da un collega: Dullstroom. Turisti stranieri come noi zero, solo abitanti o villeggianti sudafricani, bianchi però. I Sudafricani bianchi hanno un aspetto nordeuropeo, come noi, quindi ci mimetizziamo benissimo. Oltretutto parliamo inglese e olandese, quindi anche l’Afrikaans non ci è del tutto estraneo, anzi. Non pensavo che fosse una lingua così diffusa! Il paese è carino, belle case, negozi, si mangia bene e la serata è fresca, ma si può stare fuori. C’è anche un centro recupero rapaci (birds of prey) che andiamo a visitare e così scopro l’aquila nera e l’aquila pescatrice, i miei nuovi animali preferiti:

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Proseguiamo il viaggio verso il Kruger. Il paesaggio è decisamente alpino, anche se con le piante grasse in mezzo. Direste mai che siamo sulla strada per andare a vedere i leoni e le giraffe? Eppure …

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Anche un simpatico trifoglio a forma di farfalle:

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Procedendo verso il parco scendiamo dall’altopiano e la vegetazione si infittisce. Campi di girasole si alternano alle piantagioni di banano. Manghi da una parte e mele dall’altra, insomma c’è di tutto, sembra un eden! Ma non è tutt’oro quel che luce …

 

Sudafrica e Lesotho

Cosa c’entrano il Sudafrica e il Lesotho in un blog sul Ghana? C’entrano, c’entrano, tutto è collegato. Innanzitutto sono proprio gli sviluppi ghanesi che ci hanno portato in Lesotho e poi, anche se fossimo rimasti in Ghana, dopo qualche tempo il piccolo Ghana in lungo e in largo lo hai visto tutto. Tanti expat più ‘anziani’ allora vanno a fare le vacanze prima nelle vicine isole di São Tomé e Príncipe e poi immancabilmente in Sudafrica. E noi ci aggiungiamo anche il Lesotho.

Io questa volta raggiungo il Sudafrica dall’Italia, come turista,  non mi sono trasferita e quindi il morale è vacanziero e non atterrito e sperduto come nel primo post di questo blog. L’aereo è pieno di turisti chiassosi, che non stanno mai seduti e il viaggio è interminabile! E poi facciamo scalo a Dubai e non a Lagos, in Nigeria, quindi immaginate la differenza.

Rimettere piede nel continente africano, anche se nell’emisfero australe, anche se letteralmente in capo al mondo, mi ha risvegliato ricordi e inevitabilmente paragoni con il Ghana. Per diversi motivi questo viaggio sarà un po’ alternativo rispetto ai normali circuiti turistici, quindi tenetevi pronti alle nuove avventure che seguiranno.

Nomi ghanesi

Tra le tante cose che ancora dovevo raccontare sul Ghana ci sono i nomi. Ognuno di noi ha, oltre al proprio, anche un nome ghanese. Io per es. mi chiamo Abenà perché sono nata di martedì. Un ragazzo nato di martedì si chiama invece Kwabenà. Chi è nato di lunedì si chiama Kodjo (pronuncia: kogio) e Simon, che è nato di mercoledì, si chiama Kwekù. Il mercoledì quindi si veste tutto a festa, con le stoffe tradizionali. Yao invece è nato dì giovedì. Quando arriva un nuovo compagno di classe che si chiama Kwame, sappiamo subito che è ghanese ed è nato di sabato. Yves invece si chiama Kwesi Annan, perché è nato di domenica (Kwesi) ed è il quartogenito (Annan). Quindi ora sappiamo anche che il più famoso ex presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan era un ghanese, quartogenito e nato di venerdì (Kofi).

Addio al Ghana

Infine è arrivato il momento fatidico, è bastata una sola telefonata da Roma e la nostra vita è stata improvvisamente stravolta, la nostra permanenza in Ghana è bruscamente finita. In fretta e furia abbiamo impacchettato tutto (mi sembra ieri un anno fa, che stavo qui a spacchettare) e ora già ce ne andiamo. Che dire? Un anno è volato. Certo, con la prospettiva di restare qui almeno altri quattro anni, avevo già fatto mille progetti, mille cose da vedere, conoscere, visitare, approfondire, intraprendere … e naturalmente riportare fedelmente su questo blog. Avevo conosciuto tanti nuovi amici. E ora invece niente più, tutto svanito nel nulla, così improvvisamente come era cominciato. Così improvvisamente come cala la notte da queste parti.
Volevo tornare a Old Fadama, mi dicono che è stata smantellata, non ci posso credere! Allora ho fatto appena in tempo a vederla? E poi chi mi ci porta? Vorrei documentare il cambiamento, ma Alfred si rifiuta di portarmi. Per lui (e soprattutto per il suo taxi) è troppo pericoloso. È difficile riuscire a fare mille cose nei pochi giorni rimasti. Quante cose sono successe durante le mie vacanze in Italia? Le news su internet mi danno conferma: https://m.youtube.com/watch?v=7fZh8smDHqE e anche: http://m.gbcghana.com/1.5836644. Chissà se durerà, comunque è una prova che le cose qui stanno cambiando velocemente, chi resterà sarà ogni giorno testimone di importanti cambiamenti.
Chissà quanto tempo resisteranno ancora le baracchette dove vive Abiba a Osu, accanto agli enormi grattacieli cinesi? Sembrano così fragili e precarie accanto a quei colossi. Ci sono stata l’altro giorno per portarle un carico di cose, che non riporterò a Roma. Stavo sulla piazzetta del suo ‘compound’ e guardavo verso i grattacieli appena dall’altra parte della strada: due mondi e due ere che convivono, ma i grattacieli non sono malvisti dalla comunità locale. Sull’aia c’era una gallina con dieci pulcini che la seguivano ovunque. La casa di Abiba è un bilocale piccolo e un po’ buio, ma non spoglio come pensavo, è pieno di mobili! Due vecchi divani, un tavolino, una grande TV (non a schermo piatto però), un frigo, un altro mobiletto. Certo ci vuole poco a riempire uno spazio così piccolo, però parafrasando il grande Eduardo, è “una casa povera ma onesta”. Anzi, meno povera di quanto credevo. La zona notte non l’ho vista, la cucina è un altro locale dall’altra parte della piazzetta, ma non è in comune, è solo di Abiba ed era ermeticamente chiusa. Ovviamente non ho visto bagni, acqua corrente ecc.
Non ho nemmeno imparato a portare le cose sulla testa, dopo alcuni tentativi fallimentari sotto lo sguardo preoccupato di Abiba, che invece si carica tranquillamente una scatola da dodici bottiglie da 1,5 l ovvero diciotto litri d’acqua sulla testa.

Chissà se ci tornerò più in Ghana? Lo troverei sicuramente molto trasformato. Il Ghana non è proprio dietro l’angolo, il viaggio è lungo e costoso, non è una meta turistica, non ci sono i voli “low cost”. È un paese difficile, nonostante i luoghi comuni di paese emergente ecc. Forse ve ne sarete accorti dai miei racconti. Qui non ci capiti per caso, devi avere un visto, devi fare una carrellata di vaccinazioni che in genere spaventano il turista medio. Ma forse cambierà anche questo. E poi io ormai sono vaccinata. E poi ormai ho degli amici che posso andare a trovare. Quindi non chiuderò questo blog, ho ancora tante impressioni da tradurre in parole, chissà poi che non si aggiungano nuove avventure.
Spero che questo brusco addio non mi lasci, oltre ai tanti malanni e parassiti, a quanto pare inevitabili, il male più insidioso di tutti: il mal d’Africa.

In giro per Accra e dintorni

Quando non succede nulla di eclatante parlo della vita quotidiana, che di solito non è molto interessante, però qui in Ghana, almeno ai miei occhi europei, anche le cose più banali sembrano singolari, non fosse altro che per le tante contraddizioni che qui convivono tranquillamente. Per es. la religione, con espressioni anche molto bigotte e severe, che contrastano con il cartello pubblicitario 6 x 3 tutto rosa, che pubblicizza la pillola anticoncezionale o addirittura quella del giorno dopo, con una giovane donna ammiccante in posa sexy. Cose mai viste in Italia. Oppure lo shopping con i centri commerciali, sempre di più, sempre più grandi e scintillanti, con sempre più negozi, ristoranti, cinema e supermercati. È vero che si assomigliano un po’ tutti, però devo dire che ce la mettono tutta e, rispetto a un anno fa, noto delle differenze. E poi c’è Robbit il cestaro, un signore che fabbrica cesti e cestini intrecciandoli a mano. Non è uno dei cestari davanti a casa mia, quelli fanno prevalentemente mobili. Il “negozio” di Robbit invece è un albero, dove viene esposta la merce:
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Non siamo in mezzo alla giungla, ma davanti agli imponenti uffici della Lufthansa, accanto alla scuola svizzera-tedesca (guarda caso), insomma il cuore pulsante della city. Quando non è al negozio, Robbit gira con la merce in mano o sulle spalle e il negozio, cioè l’albero, rimane spoglio, cioè “chiuso”. A volte incontro Robbit nei vari bazar e mercatini che frequento e quindi ormai lo conosco e compro i suoi cestini da regalare poi alle amiche in Italia, che ovviamente non aspettano altro. Accanto all’albero di Robbit c’è il chioschetto (un pezzo di container) della fruttivendola Rose, che mi telefona quando le arriva qualche verdura fresca: una vera stalker, non le avessi mai dato il mio numero! Si vede che si annoia tutto il giorno nel suo bugigattolo. Non dimentichiamo poi che qui la telefonia mobile (e internet mobile) non costa quasi niente. Questo è un importante punto a favore del Ghana rispetto all’Italia. Sulla stessa strada c’è il chioschetto della sarta, dove ho comprato vestiti e vestitini variopinti. E poi un barbiere, un fotografo, un venditore di scarpe usate, insomma non manca niente. Qui poi ci si dà sempre una mano: quando Robbit è in giro, Rose ha sempre qualche cestino da vendere in mezzo alle sue verdure e viceversa, quando Rose non c’è, Robbit mette i cesti davanti al bugigattolo e vende anche i pomodori o i fagiolini di Rose. Capirete bene che gente come Rose e Robbit e gli altri sulla via non stanno sulle Pagine Gialle, non hanno un sito web o una pagina Facebook, però è facile trovarli lo stesso.
Poco distante da Accra c’è l’orto botanico di Aburi (pronuncia: éburi) con diverse specie botaniche, oltre alla grande foglia sopra al titolo:image

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Un albero morto è stato subito intagliato da artisti:
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Un vecchio elicottero arrugginito, abbandonato lì chissà perché, viene usato come gioco dai ragazzi del posto:

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Vacanze africane

Un vero bungalow, quello della foto ovvero una capanna di vimini sulla spiaggia ad Aflasco:

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La spiaggia di Keta, come avevo già detto in un post precedente è lunghissima e larghissima. Qui dal nostro bungalow il mare non si vede, si sente solo. Ci ricordiamo di essere su una spiaggia perché ci stiamo sopra, cioè c’è la sabbia per terra:

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Però ci sono anche le stuoie, se non si vuole sempre sentire la sabbia sotto i piedi. Il bungalow è grande e alto, non come una tenda. Ci sono i letti di bambù, molto comodi, fatti a mano dai cestari davanti a casa mia. Mi ricordo ancora il laborioso caricamento del letto a due piazze su un tro-tro. Ho solo il rammarico di non averlo fotografato! Non sono sempre attrezzata … Poi ci sono le zanzariere, qui servono, si sta all’aperto, siamo pur sempre in “campeggio”. E poi siamo in Africa, non ce lo scordiamo. Anche il fatto che la notte non faccia mai freddo mi fa sentire la differenza tra qui e i campeggi alle nostre latitudini. Mi ricordo che nelle estati più torride delle isole greche o dell’infuocata Corsica la notte in tenda era sempre fredda e umida. Ma qui no. Eppure questo agosto è molto più vivibile rispetto a un anno fa, quando ero appena arrivata: oggi un caldo accettabile, quasi gradevole, brezza fresca di sera e non tipo stufa a tutto gas, piogge quasi zero e … zero colera. La stagione delle piogge era cominciata nel modo più drammatico con il disastro alla pompa di benzina, ma poi tutto si è ridimensionato, almeno per ora.
Altri dettagli: la luce c’è, ormai arriva quasi dappertutto, basta allacciarla e pagarla. In realtà durante il giorno non c’è mai, manca proprio la corrente, ma questo vale anche per posti più turistici e quasi ovunque in Ghana: fuori dalla capitale nessuno ha i generatori, costano troppo e poi ci si abitua presto all’idea che la luce in fondo serve solo di sera. Certo con il frigo spento la birra all’ora dell’aperitivo non è proprio gelata, ma vabbe’.
La mattina si va al mare, passando per le capanne dei pescatori:

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La vita qui comincia alle quattro di mattina, al canto del gallo, si va a prendere l’acqua ecc. ma gli schiamazzi dei bambini cominciano più tardi, non vi preoccupate. Prima di arrivare al mare si passa davanti al pozzo dove i bambini si incontrano tra loro e ci guardano passare incuriositi.

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Nel nostro “compound” abbiamo anche un bagno in muratura, ma senza acqua corrente. Con il tempo anche quella si potrà allacciare. La cisterna dell’acqua già c’è, appena fuori dal villaggio. Guardando dentro ai recinti delle case dei pescatori vedo che tanti hanno costruito qualcosa in calce e mattoni e allora penso che questi villaggi sono stati così per millenni, ma ora forse stanno cambiando anche loro. Da un lato una vita ancora estremamente primitiva, con miserie, ignoranza, sporcizia, malattie e malformazioni e dall’altro le prime case, le macchine. Davanti alla capanna dei vicini c’è una vecchia BMW parcheggiata, spesso con lo stereo a palla … in mancanza di impianto high tech in salotto. Abbiamo incontrato anche il Chief di Aflasco, colui che cura gli interessi dei pescatori, quindi una figura molto importante per il villaggio. Peccato che stavamo già andando via e non abbiamo potuto chiacchierare un po’ con lui …

Alla ricerca della cartolina perduta

L’estate è tempo di vacanze e quindi come sempre arriva la domanda: mi mandi una cartolina dal Ghana? Pare facile …
Ai tempi di internet sembra una domanda un po’ retro, ma in fondo anch’io sono un po’ retro, anzi a volte sono proprio fuori dal tempo, se penso per es. al mio abbigliamento o ai miei gusti musicali.
Quindi parto entusiasta alla ricerca di una cartolina, ma dove? Qui non esistono negozi di souvenir con gadget e cartoline, vi avevo già avvertito in altri post. Se penso che da noi le cartoline le vendono dappertutto, pure al bar, in libreria, alla stazione, in aeroporto … I negozietti di Oxford street invece hanno solo vestiti, oggetti di legno, magliette da calcio, ma niente cartoline. Che fare? Forse a Fort Elmina? Però è un po’ troppo lontano e poi non mi ricordo di averne viste, altrimenti le avrei comprate sicuramente. Mi viene un’idea geniale: i grandi alberghi! Forse alla reception, nelle hall? Niente. Entro in posti dove non ero mai stata fino ad ora, gli alberghi più lussuosi di Accra e forse di tutto il Ghana, ma niente! Fortunatamente mi viene in soccorso l’infallibile Yao (sempre chiedere a un locale): vai alla Artists Alliance, uno spazio espositivo di arte e artigianato, che si trova in un edificio in riva al mare.
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Non è un vero e proprio museo, ma un’iniziativa per dare visibilità ai tanti artisti, scultori e soprattutto pittori ghanesi. L’espressione artistica è sempre un fatto positivo per un popolo, almeno secondo me. Il posto in riva al mare potrebbe anche essere molto bello, chissà che un domani non diventi un boulevard tipo Cannes, ma per ora è solo una cattedrale nel deserto, circondata da mucchi di spazzatura delle vicine baraccopoli.
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Uno spettacolo desolante, nonostante il grattacielo in costruzione sullo sfondo. In primo piano spazzatura fumante che brucia … e ho detto tutto! Altri posti poco più avanti sul lungomare sono diventati molto belli e addirittura esclusivi, come il Palm Beach hotel o il Labadi beach hotel. La trasformazione è sicuramente in atto, anche se per ora si vede poco:
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C’ero già stata all’Alliance, avevo visto anche le caratteristiche bare dalle forme più bizzarre, altra specialità locale, ma anche le stoffe kente, le collane di bidi, insomma tutto l’artigianato tipico, che si può anche comprare, guardare e scegliere con tutta calma, senza venditori appiccicosi e assillanti. E si, c’erano anche le cartoline! Solo due o tre tipi, vecchie e sbiadite, ma c’erano. Con noncuranza chiedo alla cassa se per caso hanno anche i francobolli: no (e te pare!), però li trovi all’ufficio postale. All’Alliance offrono addirittura il servizio DHL, ma per una cartolina mi sembrava esagerato. E poi il destinatario è un appassionato filatelico, quindi bisogna trovare un francobollo.
Mi reco dunque all’ufficio postale, che per fortuna si trova vicino a casa mia. È un posto dove la gente ha una casella postale, qui non esiste la consegna di posta e pacchi a domicilio, il postino ecc. Non c’ero mai stata o meglio ero entrata spesso nell’affollato parcheggio, ma solo per comprare la frutta. Quando non si trova una banana in tutta Accra, la venditrice dell’ufficio postale misteriosamente ne ha sempre un casco intero. La trovi quasi sempre sdraiata per terra a dormire, chissà che orari fa. Ma questa volta sono venuta per i francobolli, non per le banane. Parcheggio in quinta fila e vado. Le pareti esterne dell’ufficio sono tutte tappezzate di caselle postali, centinaia e centinaia. All’interno non c’è nessuno, ci sono solo quattro sportelli, tutti con il/la loro diligente impiegato/a al proprio posto (diversamente dall’Italia!). Vado allo sportello dove c’è scritto ‘stamps’ e compro i francobolli. Poi imbuco la cartolina in una delle quattro cassette di ferro dietro di me, quella con su scritto ‘Europe’, sulle altre c’è scritto rispettivamente: Africa, America, Asia. Tutto stranamente molto facile e veloce, staremo a vedere, sono curiosa di sapere quando e se arriva.
Per ora, qui dal Ghana posso dire: missione cartolina compiuta.

Integrazione

Un esempio di integrazione nella realtà locale è sicuramente (anche) l’invito a un matrimonio. Non possiamo dire “il tipico matrimonio ghanese” con vestiti folcloristici, canti e balli, sarebbe una banalità, bisogna distinguere tra religione, lingua, etnia, ceto sociale ecc. Insomma un’infinità di combinazioni diverse per un’infinità di cerimonie diverse. Il nostro matrimonio per l’appunto era dei Testimoni di Geova di lingua ed etnia Ewe. Gli Ewe sono una popolazione originaria della zona a est del fiume Volta, il confine naturale tra loro e il resto del Ghana. Infatti nessuno in Ghana capisce la loro lingua, che invece è comunemente parlata in Togo. L’officiante ogni tanto traduceva in francese, così noi capivamo qualcosa, ma temo che gli altri invitati ghanesi e anglofoni non abbiano capito assolutamente nulla. Certo c’erano anche tanti Ewe nella chiesetta gremita, che reagivano o ridevano al momento giusto. Non vorrei sembrare ripetitiva, ma anche questa volta trovare la chiesa è stata un’ardua impresa. Ci trovavamo alla periferia di Accra verso il porto di Tema, a Teshie, ma io mi immagino sempre una cosa italiana, appariscente e sfarzosa, con tutte macchine parcheggiate, la Rolls Royce e simili e invece … niente. Chiedi di qua, chiedi di là, nessuno sembrava conoscere la chiesa, nessuno sapeva del matrimonio, anche se ci abitavano quasi davanti. Ma com’è possibile?? Infine ce l’abbiamo fatta, un abitante del posto sapeva dell’evento: dovevamo entrare nella baraccopoli, con la macchina ovviamente. Qualcuno ha spostato una sedia dal vicolo sterrato e così ci siamo avventurati. Subito ci è venuto incontro il parcheggiatore del matrimonio, in abito scuro impeccabile e ci ha fatto parcheggiare lì vicino, accanto alle poche macchine presenti, evidentemente tutti gli altri erano arrivati in taxi o in tro-tro. Avevamo fatto tardissimo, credevamo di essere arrivati alla fine della cerimonia e invece non era nemmeno cominciata. La chiesa era un manufatto costruito a metà, fatto di mattoni, non intonacato, da fuori non avrei mai detto che era una chiesa. Piccola scusante per gli abitanti del quartiere che ne ignoravano l’esistenza. Fuori c’era un gazebo bianco e viola a indicare che c’era una festa. Dentro era tutto pieno di gente, ma il cerimoniere ci ha trovato subito un posto. Al nostro arrivo si sono scatenati anche i paparazzi, forse perché eravamo gli unici bianchi in assoluto. Infine sono entrati gli sposi, in bianco lei e in abito scuro lui, tutti erano molto composti e compíti, niente balli scatenati o cori gospel ecc. All’uscita della chiesa ci è stato offerto un pacchetto con pranzo al sacco consistente in riso, pollo e un dolcetto che ricordava un po’ il panettone. Qui per noi la festa finiva, forse una parte degli invitati avrà continuato i festeggiamenti, non so, comunque è stata una bella esperienza.
Un altro importante passo verso l’integrazione sarebbe l’apprendimento di una lingua locale, magari il Twi piuttosto che l’Ewe, ma qui il condizionale è d’obbligo.

Sicurezza stradale

Un tema delicato quello della sicurezza stradale, affidato qui essenzialmente al buon senso più che alle regole. Qualsiasi veicolo può essere caricato all’inverosimile a prescindere dalla capienza. Scene come quella sopra al titolo sono la normalità, ma anche questa:

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In altri post avevo già accennato al traffico caotico di Accra, ma proprio per questo continuo a stupirmi di quanti pochi incidenti abbia visto finora in città, almeno rispetto a Roma. Anche il pedone che attraversa la strada fuori dalle strisce, come me alla Total per intenderci, rischia meno che da noi: lo vedi e quindi rallenti, un concetto in fondo semplice. Fuori città invece è diverso. Spesso si legge sui giornali di qualche tro tro che si schianta. Se c’erano venti passeggeri, dieci muoiono, insomma cose pesanti, veri e propri bollettini di guerra. Anche i camion che trasportano di tutto e di più in genere sono vecchi e caricati in modo approssimativo e spesso si ribaltano e rimangono per giorni sulla strada. In viaggio per il Ghana capita spesso di vedere una cosa cosi:

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Quello che non vedete nella foto sono le frasche messe appositamente sulla strada per avvisare della presenza dell’ostacolo, come un triangolo un po’ rudimentale. Sempre i contrasti del Ghana: da un lato ci sono le regole con obbligo di cinture, triangoli e segnalazioni appropriate, multe se parli al telefonino mentre guidi, dall’altro ci sono situazioni come queste. Qui poi non c’è l’ACI o altro soccorso stradale, quindi l’assistenza stradale è un po’più problematica: dopo due giorni siamo ripassati e il camion stava ancora lì con l’autista che dormiva tranquillamente sotto al motore, all’ombra. I tempi qui sono più rilassati.
Tornando in città, se leggete le guide vedrete che consigliano i taxi e sconsigliano vivamente i tro-tro, ma perché? Anche i tassisti guidano male, spesso sono ubriachi e conoscono la città peggio di me ormai. In meno di un anno ne so più di loro, a parte Alfred naturalmente. Solo nelle favelas non mi avventuro.
Ma per sfatare anche questo pregiudizio recentemente ho preso un tro-tro. Certo, con tutta la buona volontà non è cosa facile: non sai mai esattamente dove fermano e soprattutto dove vanno. Ma un giorno ho visto due ragazze ben vestite che aspettavano qualcosa sul ciglio della strada. Qui le donne sono molto curate (più di me), era orario di uscita dagli uffici e quindi mi sono detta “se lo prendono loro lo posso prendere anch’io” e mi sono messa ad aspettare accanto a loro. Tanti tro-tro ci sono sfrecciati davanti ignorandoci totalmente. Avevo quasi perso la speranza quando un tro-tro nero improvvisamente ci punta e si avvicina. Il bigliettaio sporgeva da un finestrino e oltre al gesto con la mano ripeteva qualcosa come “te te” o forse “tze tze”. Domando a una delle ragazze che si accingevano a salire: “Ma cosa dice, dove va?”. Risposta: “Al thirty seven”. Meno male, allora va bene! Dicendo tze-tze intendeva thirty seven, basta saperlo. Dovete allora sapere anche che il Thirty seven, abbreviato 37, è un ospedale. Gli inglesi a suo tempo hanno costruito diversi ospedali nelle loro colonie e, con assoluta mancanza di originalità, non gli hanno dato un nome, ma un numero. Il ’37th military hospital’ si trova all’incrocio tra due arterie importanti, in una zona centrale di Accra, vicino a casa mia, quindi va bene. Il viaggio è breve e comodo. Tanto per cominciare si sta tutti seduti, l’interno è pulito anche se vetusto e scrostato, non c’è l’aria condizionata, ma i finestrini si aprono e non sono imbrattati dai graffiti come sulla Roma-Lido. C’è anche una TV a schermo piatto, ma non funziona, allora ci accontentiamo della solita radio. Il bigliettaio ci fa pagare solo quando stiamo per arrivare al 37. Tariffa 80 centesimi, ma non di euro, bensì di Cedi (la valuta locale), una cifra infinitesimale. Io, come quasi tutti i passeggeri, ho un Cedi intero e mi stupisco del fatto che il bigliettaio abbia subito pronti i venti centesimi di resto. Il resto qui è sempre un problema, dovunque vai, negozi o locali, sembra sempre un affare di stato …
Subito dopo l’incrocio del 37 c’è uno spiazzo sterrato (aveva appena piovuto) con la stazione dei tro-tro, una bolgia infernale dalla quale è difficile districarsi. Però io ormai conosco la strada e dopo dieci minuti a piedi, ero di nuovo a casa. Prima di andare via però mi sono ricordata di guardare la scritta dietro al tro-tro: Isaiah 41:10. Sono andata a vedere il versetto sulla Bibbia: “So do not fear, for I am with you”.